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volume 5
Carlo Mosso
Preludi per pianoforte
revisione e note introduttive di Marco Santi, pp, X, 46, Torino, 1999, Euro 20,00

I ventidue Preludi per pianoforte, terminati nel 1990, sono l’ultima opera di ampie dimensioni di Carlo Mosso. Essi rimasero manoscritti e, vivente l’autore, ebbero una sola esecuzione pubblica integrale. Costituiscono peraltro il punto d’arrivo di una produzione pianistica che era iniziata nel 1957 con una serie di brevi ‘omaggi’ giovanili (Ricercare sul nome di Felice Quaranta; Omaggio a Ghedini; Pulcinella) ed era poi proseguita con il Primo Quaderno per pianoforte (1964), la Pièce mécanique - alla memoria di Erik Satie (1968), il Klavierstück I (1982), l’Omaggio a Achille Claudio Debussy (1982) e il Secondo Quaderno (1986)3.
Già dai titoli di queste composizioni si può intendere come Mosso abbia posto le radici della propria poetica musicale principalmente nel primo Novecento francese e italiano, e quanto grande fosse l’ammirazione verso quei Maestri che così spesso celebrava. Particolare fu la storia compositiva di Mosso, lontano dalle istanze e dalle mode delle quali era permeato il panorama musicale italiano; scrutò i figli della scuola di Darmstadt (di poco più anziani di lui) con lo sguardo attento del didatta, distribuendo apprezzamenti e scetticismo, ma preferì, in quanto compositore, continuare a lavorare chiuso in quel suo mondo appartato e schivo cui Massimo Mila già accennava alla fine degli anni Sessanta4. Ammirò e studiò a fondo Dallapiccola, Casella e, soprattutto, Petrassi, forse perché il loro percorso formativo coincideva con ciò che sentiva più intimamente vicino alla propria natura musicale, in un’ottica scevra dall’urgente bisogno di modernità. Amò più di tutti (fino a mitizzarlo, in alcune occasioni) Gian Francesco Malipiero, dal cui esempio trasse quel gusto modale tipicamente italiano e quella necessità di dover cantare derivante «dall’intima commozione», oltre alla convinzione che la forma musicale abbia di per sé un valore espressivo e poetico, e che il compositore debba essere, prima ancora che musicista, uomo di cultura.
I Preludi sono permeati da una concezione formale unitaria ma, come si evince dall’esame dell’autografo, l’idea di un vero e proprio ciclo pare essersi concretizzata soltanto strada facendo, ed è evidente solo a partire dal n. 10. I primi due numeri nascono infatti nel 1986 come Notturni per pianoforte; il n. 3 riporta il titolo, poi cancellato, di Foglio d’album (dicembre 1986); i Preludi dal n. 4 al n. 9 sono contrassegnati sull’autografo con numeri romani da I a VI e sono riuniti in un fascicolo come a formare una suite a sé stante (ma la data posta in calce al n. 8, «12 Novembre 1990», ne colloca la composizione tra i Preludi della seconda parte); due brani di questa piccola suite interna alla raccolta, precisamente il n. 4 (Canzone) e il n. 7 (Corale), sono derivati dal Liber Organi del 1975, con una trascrizione pressoché letterale5. Gli altri preludi furono composti ex novo, probabilmente negli ultimi mesi del 1990.

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