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Angela Donna,
Paese dell'anima. Racconti brevi, 52 pp.,
ISBN 978-88-88849-38-6
€ 7,00

Tra realtà immaginazione fantasia: l’infanzia ripopolata nella saga di un cortile di paese, tra botteghe e negozianti, montagne di salumi e uva passa, nonni, zii, cugini, frotte di bambini. I fantasmi di fuggevoli mitiche visioni… i racconti. Favolosa infanzia popolosa. Incipit. Epopea del mio sogno di vita. Paesaggio interiore. Paese dell’anima.


Angela Donna

«Sono nata nel 1953 a Castellamonte, in Canavese, paese della musica, delle pignatte e delle stufe di terracotta. Famose quelle di Boscajon. Vi ho vissuto fino al 1959, poi ho viaggiato per l’Italia al seguito di papà, ufficiale della Marina Militare. Dal 1969 risiedo e lavoro a Torino. Ho attivato laboratori di scrittura femminile presso il «Centro donna» della VI Circoscrizione cittadina. Amo e leggo i poeti. Ho anche scritto versi, in parte pubblicati, ottenendo riconoscimenti ufficiali. Con questi racconti ho accostato la prosa alla forma poetica».


In copertina, una bimbetta a fà babòja, come si direbbe con una belissima espressione piemontese che, tradotta in italiano, molto perde dell’originale: fa capolino. Dico, molto perde nella traduzione, perché il riferimento piemontese è specifico: babòja è il vermetto, il bruco, quello che dal frutto ti guarda negli occhi mentre tu con la bocca aperta stai per addentarlo.

Ma ritorniamo alla bimbetta della copertina, una deliziosa bimbetta, che ti apre la porta delle pagine di un delicatissimo libretto di racconti brevi.

Il riferimento al piemontese non è per nulla casuale, perché Angela Donna nata a Castellamonte, città dei Franclin, le famosissime, in tutto il mondo, stufe di terracotta (e l’etimologia è dotta poiché deriva da Benjamin Franklin), dicevo Angela Donna, con questo libretto breve, ma intenso ci racconta di un lenzuolo di terra piemontese che, partendo dall’assolata verdeggiante o biondeggiante (a seconda delle stagioni) pianura, poco oltre i confini della periferia torinese, sale, bagnata da diversi torrenti e fiumi (le dòire), fino a rampiesse (arrampicarsi) sulle falde di montagne scoscese e lì adagiarsi respirando aria profumata di serpol (timo) e përzin-a (resina). Ma qui mi accorgo che mi son fatto prender la mano dal fatto di esser un canavesano anch’io e sono andato mescolando i suoi ai miei ricordi d’infanzia.

Faccio ammenda e rientro nell’alveo dei suoi racconti. Racconti che, come Angela ci dice sono “il bene della memoria. Da custodire”. E qui incomincio a fare una prima riflessione. L’importanza che ha, per la cultura, il salvaguardarne le radici (le rèis). Lasciar andare le radici linguistiche significa perdere buona parte della propria storia. Occorre mantenere vivo il linguaggio, perché linguaggio significa concretezza delle cose, la loro rappresentazione, la loro permanenza, la salvezza da morte certa.

E Angela Donna in questi suoi racconti, spargendo qua e là parole del suo canavesano ci regala un qualcosa che si ferma sulla pagina e rimane impressa nei nostri ricordi di lettori.

Vorrei anche subito eliminare un possibile equivoco. Si potrebbe pensare ad un interesse per pochi adepti, a qualcosa di culturalmente banale. Niente di più errato. Angela Donna pur scrivendo in modo molto colloquiale, anzi proprio per questo, rivela, con la sua capacità evocativa, una preparazione culturale che è di pochi (già solo le “epigrafi”, da lei stessa citate, ne sono una dimostrazione).

“Paese dell’anima” come dice il titolo, o “Anima del paese”? Direi entrambi.

L’anima del paese è quella che nasce dalle diverse figure che lo popolano, che lo rendono vivo, che ce lo raccontano attraverso un loro modo di essere, di comportarsi, di dare un senso alla vita. Come barba Tonin (zio Antonio; vorrei far notare come molto spesso i nomi propri, in piemontese, sono graziose, caratteristiche alterazioni, specialmente diminutive, carëssante: Censin (Vincenzo), Gilin (Angelo), Ritin (Margherita), Cichin (Francesco), Giorsin (Giorgio) e così via; forse si potrebbe trarre lo spunto per una ricerca). Dicevo barba Tonin che continuava  a fare sòcule, zoccoli in legno, anche quando non c’era più nessuno, o quasi, che li acquistasse. Ma “ogni zoccolo era un pezzo a sé. Ogni paio un prodotto unico e inimitabile…Tonin era un artista. Cos’è l’arte se non il mestiere totale?”.

Figure ora allegre ora tragiche, magari appena accennate, quasi con una sorta di pudore, ma che rimangono comunque impresse: come la prima moglie di monsù Pin (signor Giuseppe) che “si era legata il figlio in grembo. Dentro un faudal (grembiule) da lavoro. E poi giù dalla lòbia (balcone).” Nulla di più: ma quanta angoscia e tristezza, quanta delicatezza e rispetto in questo suicidio post partum!

Figure spassose e magari birichinòire (birbantelle), le prime risatine nascoste, legate a termini corporali o, magari…sessuali. Così è la signora Pèsca, la maga dei cappelletti, così chiamata perché “madama lavorava la pasta in forma rotonda. Poi la schiacciava leggermente ai lati ed ecco modellato un culetto con la riga nel mezzo…un persichetto” una piccola pesca. O, ancora più audace: “Per le pèsche. Da curare. Irrorare. E raccogliere. In realtà coglieva e irrorava un’unica bërgna…ha sbagliato la frutta?” E sì, perché qualcuno più smaliziato, ridendo ci bofonchiava riferendosi a monsù Pin delle brichine allusioni: La bërgna (la prugna), quella che la signora Pèsca ha fra le gambe. Prime risatine tra i denti, mezze capite, mezze no.

Tanti personaggi e, come l’Autrice stessa ci fa accorti “Alcuni nomi, personaggi e vicende, ancorché nati da spunti reali, sono stati variamente trasformati nella memoria e arricchiti dall’immaginazione”.

Su tutti spiccano “Le tòte Pastor” (Le signorine Pastore), il racconro breve più lungo e più evocatore di personaggi e di ambiente. Cinque sorelle “unite a fare scudo verso il mondo verso l’esterno verso le vite altrui. Sorellanza”. Sono delle postsignane, più evolute, delle arcinote “Sorelle Materassi” palazzeschiane.

Questi, loro e altri, i personaggi sono l’Anima del Paese. Ma sono anche e soprattutto il “Paese dell’Anima”, di un’anima che si sta formando, magari col girotondo della “santa caterina pirulin pirulin pirulin…suo padre era pagano pirulin pirulin pirulin…ma lei gli disse no oo oo…ma lei gli disse no”.

Un’anima che, nel bene e nel male, diventa l’Angela Donna, la figlia dell’Ufficiale della Marina Militare e di Mariuccia che, con la sorella, aiutava il padre nel negozio da salumaio. L’Angela Donna che, divenuta donna, ama leggere e scrivere poesie, che ha attivato laboratori di scrittura. Che…ha fatto mille e una cosa, ma non ha mai dimenticato di essere canausan-a (canavesana) e ël tërliss (la tela di sacco) del nonno.

  Sergio Notario   

Sergio Notario
Poeta, scrittore, operatore socio-culturale, studioso e insegnante di lingua e     letteratura piemontese

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