L’immagine, in copertina, di un bimbo biondo di pochi anni e il titolo «L’ospite imprevisto», indirizzano il potenziale lettore verso una certa idea della storia che si accinge a scoprire.
Ebbene, niente (o quasi) di ciò che ci si aspetterebbe. All’autore Francesco Rodolfo, leccese di natali ma torinese d’adozione, organizzatore e animatore culturale, presidente di giuria di svariati concorsi negli anni passati e oggi direttore editoriale della casa editrice Giancarlo Zedde, sono sufficienti tre elementi: un personaggio misterioso, una famiglia ospitale e... un finale da interpretare.
L’ospite imprevisto è un uomo sulla quarantina che si definisce “pellegrino” (di nome e di fatto).
Un giorno, s’imbatte in una ragazza (Ida) che, prima ha problemi con la mountain bike impantanata nella neve, poi col suo ex ragazzo. L’uomo, scambiato per un vagabondo, va in suo soccorso e si lascia convincere ad essere ospitato per una notte dalla sua famiglia.
Vi trascorre invece alcuni giorni, durante i quali ha modo di osservarne i componenti, ognuno con una propria storia e dei segreti. Ci sono Augusto, padre di famiglia, ex medico che ha deciso di dedicarsi alla produzione di latte e costretto su una sedia a rotelle in seguito ad un incidente; Barbara, la moglie fedele ma insoddisfatta delle pieghe che la sua vita ha preso, divoratrice di libri e grande sognatrice; Ida, vispa studentessa di veterinaria; Federico, il fratello gemello un po’ introverso; Roberto, secondo fratello, spiritoso in ogni occasione e la piccola Carola.
Il pellegrino Giacomo, entra in contatto con il microcosmo di ciascuno e attraverso favole “che non sa raccontare”, affermazioni che hanno il sapore di storie vissute e velate allusioni ironiche riesce a ricomporre l’armonia che da troppo mancava in quella casa.
La mattina di Natale, dopo la cerimonia di apertura dei regali, il pellegrino scompare. Ma lascia una lettera, una lettera affidata alla più piccola, alla quale è diretta ancora una di quelle favole un po’ strane.
Poi l’immagine di quest’ospite imprevisto nel piccolo schermo della tv e tutto l’equilibrio si frantuma nuovamente. Chi sarà quest’uomo e quale la sua vera meta?
Il romanzo si presta ad una lettura scorrevole e accattivante, in cui si avvertono presenze evanescenti, ricordi a metà tra l’onirico e il reale e reminiscenze letterarie di ascendenza pirandelliana.
Il percorso che Giacomo decide di intraprendere è concreto quanto spirituale; è un percorso che porta alla scoperta di sé, inducendo il lettore alla meditazione.
Susanna Maria de Candia «L’Altra Molfetta» Anno XXV n° 9 settembre 2009
L’editore Giancarlo Zedde di Torino propone una novità letteraria per gli appassionati dei viaggi dell’anima e della psiche. Si tratta de “L’Ospite imprevisto” (pagg. 165, euro 15,00) di Francesco Rodolfo Russo, autore non nuovo all’introspezione psicologica, alla spasmodica ricerca di Significato, alle ragioni ultime del cammino che ognuno, misteriosamente, è chiamato a compiere.
Nella sua ultima fatica editoriale è proprio il “cammino del viandante” ad animare il romanzo: un viandante, un pellegrino, un ospite che imprevisto giunge in una stupenda cascina collocata su un rilievo arrotondato, in un luogo non meglio specificato…
La cascina si chiama “Acropoli”, e i suoi abitanti sono un ex medico e la sua bella famiglia, tutti più o meno innamorati della campagna, dei boschi, del silenzio che trapela specie quando d’inverno la neve cade copiosa. Ma la bellezza maestosa della natura non riesce ad occultare sino in fondo i problemi della vita, che appaiono, a chi sa scrutarli, nella loro drammatica miseria. Tutto dunque sembra statico, ma è soltanto un’impressione: i personaggi, sebbene con tempi e modi diversi, sapranno trarre beneficio dalla casualità dell’incontro.
Mentre sulle prime l’“ospite imprevisto” sembra sul punto di inserirsi negativamente nei fragili equilibri familiari, esercitando un fascino al limite del consapevole narcisismo, alla fine è proprio lui che riesce a scoprire la chiave di volta della ritrovata felicità (o serenità?) coniugale. E’ la chiave che consente il confronto costruttivo nella famiglia che lo ospita: genitori e figli, usciti dal letargo interiore, si apriranno l’un l’altro. Ognuno scoprirà una parte di sé e aiuterà l’interlocutore ad osservare la vita con occhi nuovi.
Naturalmente, sul più bello, quando la missione è compiuta, l’“ospite imprevisto” sparisce, misteriosamente come è comparso.
Sarà ancora una volta il ricordo gelido del suo bimbo morto a portarlo via, a farne un viandante, un ospite in cerca di un rifugio che sia sempre e solo temporaneo; o forse solo un pellegrino dello spirito. Sempre in cammino verso quell’ ”Acropoli”, dove finalmente Significante e Significato coincidono: “…Di là, nell’aria netta, sarebbe stato Amore. Nel giardino degli angeli non sarebbe stato un ospite imprevisto …”.
Roberto Cavallo «Il Corriere del Sud», N. 7 - 5 giugno 2008)

Corriere Avis, n. 3, maggio-giugno 2008
L’ospite imprevisto
La neve ostinata, un gatto randagio
È come assistere a un sipario che si spalanca. Una donna entra nel soggiorno di una grande casa dopo aver oscillato a lungo e lentamente su un dondolo. Si avvicina al marito che è relegato su una sedia a rotelle e i cui pensieri paiono appesi più ai rami degli alberi imbiancati dalla neve che alla moglie. Alcune abat-jour sono accese, Augusto e Barbara si fissano a tratti, anni luce li dividono. La donna legge un libro e sogna, lui aspira con avidità da una pipa. Li osserva, in silenzio, un cane pastore. giocattolo preferito di Carola. La figlia Ida è uscita di casa in bicicletta e tarda a rincasare. Forse è in giro con “quel perdigiorno di Mauro”, sospira la madre con disgusto. Ida, senza volerlo, diventa la chiave di lettura di «L'ospite imprevisto» che Francesco Rodolfo Russo scrive appellandosi a personaggi che vivono in una sorta di fondale dotato di specchi dove ognuno si riflette nell’altro e dove la psicologia e l’introspezione guidano gesti, azioni e parole. Ida inforca una rnountain bike, le ruote affondano nella neve e si bloccano. Un uomo transita, è una presenza clandestina ma anche un aiuto insperato e provvidenziale. Si chiama Giacomo e si offre di accompagnare la ragazza nella grande casa arroccata lassù. Tre chilometri con la bicicletta sulle spalle, una fatica che gli ospiti ricambiano con la cena e una camera per dormire in attesa che la neve smetta di cadere. Ma in quei giorni la neve è ostinata. Giacomo è il “Pellegrino” misterioso, un gatto randagio che dà la sensazione di non avere contatti con il mondo e che comunque bene si inserisce nell’atmosfera cadenzata da muggiti di mucche e crepitare di caminetti. La presenza dell’uomo venuto dal nulla guarisce un “corpo” apparentemente refrattario e che invece è capace, grazie alla sua comunicativa, di riscoprirsi vivo e vitale. L’incontro tra Ida e Giacomo porterà dunque vantaggi a tutti.
Angelo Caroli «Corriere dell’Arte» Anno XIV n° 19 Venerdì 16 maggio 2008