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Ayad Alabbar,
La Preda ovvero il Circolo dei non addetti alla società
p.192, brossura cucita, 88-88849-05-X, GZ40.€ 14,00

Il Circolo dei non addetti alla società è frequentato da personaggi surreali, metafore dell’esistenza. In un crescendo serrato di storie incrociate e forum improvvisati emerge Sargon, il cui scopo è arrivare al sublime, al bello e all’amore anche se, per raggiungere la Città virtuosa di Al Farabi o la Città del sole di Campanella, deve percorrere il tunnel del dolore. Evocato compare persino K. Marx. Fino a quando un commesso viaggiatore...

Io sono il mio tempio,
la mia croce
e la mia via.
Sono il tutto. Il nulla
e la foce
del fiume della follia.

Sono il canto dimenticato
di un perpetuo ricordo
nel rito dell’ «Ave Maria».

Ma la sacra luce
che scorre in me
è la vita
che non è mia.

Premessa

A me stesso non devo niente, ma agli altri sì. Ecco perché ho scritto questo libro.
Il trauma in cui vive l’essere umano ebbe inizio con la sua apparizione su questo pianeta; di conseguenza egli continua a lottare per giungere a una vita migliore, a un principio che non raggiungerà mai, dato che nessuno lo può aiutare se non egli stesso. Non soltanto il pensiero, la filosofia, la coscienza e il sentimento, ma anche l’azione conta.
Agire significa attuare, attuare significa inventare, inventare significa arte.
L’arte dell’essere che manca all’uomo!
L’uomo non sa essere? Di sicuro è così! Egli sa solamente desiderare di essere, sentire di essere e pensare di essere, ma la vera esistenza che gli manca è quella della natura.
Le ideologie, le tecnologie hanno reso l’uomo schiavo non soltanto di se stesso ma anche del suo simile. Dunque l’arte dell’essere è la natura in quanto tale. Più l’uomo si allontana dalla natura, più si trova nel non essere, nel caos totale.
I personaggi di questo libro sono nello stesso tempo reali e surreali: reali in quanto desiderano, sentono e pensano di essere, surreali invece in quanto sono veramente. Nelle loro vicende essi agiscono secondo un canone imposto dal sistema della società in cui vivono. Questo sistema li rende reali, dunque fragili e mortali.
La debolezza dell’uomo deriva dal suo essere limitato al desiderio, al sentimento che egli considera come fine ultimo del suo essere. L’errore è qui. Un desiderio non appagato è più sopportabile della noia. Quando l’uomo non sa che cosa fare, perché tutto è già stato fatto, allora fa la guerra! È questo il male dell’uomo, che lo accompagna e lo accompagnerà per tutta la vita.
Marx ha creato un pensiero, ma non ha agito. Per questo è un uomo surreale.
Sargon ha agito secondo quello che gli ha suggerito il cuore, ma non ha pensato che creare vuol dire essere un dio!
Pertanto non bisogna amare solamente la scienza, ma anche attuarla, non bisogna unicamente agire nell’amore, ma anche pensarlo. Azione e pensiero devono sempre essere uniti come lo sono l’anima e il corpo, l’essere e il nulla, la vita e la morte.
Non la parola detta, ma la parola vissuta; non l’attimo sfuggente, ma tutto l’eterno tempo dell’essere è, e deve essere.
Il frammento di un pensiero non m’interessa e il frammento di un’azione non basta per soddisfare un desiderio. Desiderare, sentire e pensare di essere non sono l’essere in sé. Allora, l’agire e il pensare insieme sono L’ESSERE.
Un momento di sconforto può deviare il cammino della vita, ma una pugnalata nel cuore dà fine alla vita.
Caro LETTORE, puoi sopprimere questo libro oppure leggerlo e darti da fare, perché il tempo – come si suol dire – è... Non dico più nulla!
«Ma…»
«No, non dico più nulla!»
Ayad Alabbar

Ayad Alabbar nasce in Iraq - Mosul (Ninive) il 30 dicembre del 1951. Conseguita la laurea in Lingua e Letteratura Araba presso l'Università Ein-Shams del Cairo, giunge a Madrid per frequentare l'Accademia delle Belle Arti lavorando con Salvador Dalì. Trasferitosi in Italia frequenta l'Accademia delle Belle Arti di Firenze e di Venezia e si diploma all'Accademia Albertina di Torino. Si laurea in Filosofia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Torino, dove tuttora è docente di Lingua e Letteratura Araba. Ha partecipato a mostre di pittura e scultura personali e collettive in Italia e in vari paesi Europei. Tiene cicli di conferenze e convegni-studi sui temi del confronto fra lingue, culture e religioni. Personalità eclettica, di spiccate doti umane è considerato fra i massimi fautori del dialogo tra cultura araba ed occidentale.

Recensioni

Il lettore, affascinato dal seducente profilo a olio che impreziosisce la copertina dell'ultimo lavoro di Ayad Alabbar, raro artista-studioso, forse non sa ancora di essere chiamato a vivere un'avventura intellettuale straordinaria, ricca di sapienza narrativa e complice nella ricerca di un segno a metà strada fra la bellezza e lo scavo interiore.
Con un significativo appello l'Autore provoca, fin dall'inizio, colui che legge, quasi invitandolo a non essere apatico, ma solerte e pronto a lasciarsi conquistare dalla propria vocazione inesauribile alla naturalità, superando i problematici miraggi, rappresentati dalla tecnologia e dalle varie aspirazioni esistenziali.
Il titolo eloquente, quasi un interpretazione a sé, recita: «La Preda ovvero il Circolo dei non addetti alla società» ed è qui che incontriamo il primo risultato della ricerca definitoria riguardante l'essere umano compiuta dal Nostro Uomo, come non addetto alla società. Si tratta di un'espressione che ha una sua tragica attualità, i personaggi che si incontrano o piuttosto a volte si scontrano sono per molti versi afflitti dalla solitudine, comunicano senza dialogare, soffrono ed amano, ma in modo precario. Si potrebbe aggiungere per completare il quadro che, indifesi, rappresentano più aspetti dell'umano, forse del singolo uomo, Sargon, protagonista e sodale di tutti.
La trama del romanzo prende spunto da un evento impossibile (così presumiamo) che viene a coinvolgere i singoli ammessi al Circolo, si tratta della magica evocazione in carne ed ossa del filosofo Karl Marx, circospetto e reticente su un «Aldilà» che non può più negare e un poco sorpreso dagli sviluppi storici del suo pensiero. Al maestro non vengono risparmiate le critiche e l'ironia, ma ogni partecipante sembra collocato in un disegno che va oltre la validità o meno del marxismo. Problemi di relazione con gli altri, conflittualità intestine e dispute accese movimentano le lezioni del filosofo che, metodico, ribadisce le sue idee, tutto sommato affascinando l'eterogeneo uditorio, coinvolto episodicamente in fughe e drammatiche confessioni private.
A questo punto il lettore, che potrebbe credere di trovarsi davanti ad un romanzo quale il Maestro e Margherita di Bulgakov, comincia a domandarsi chi sia veramente Sargon, il nome gli ricorda l'antico imperatore degli Accadi, ma la vicenda personale, che lo interessa, commuove e suggerisce alcune analogie con il vissuto più inconfessabile. Quel bisogno di riflettere ed ascoltare le parole del filosofo dalla sua voce, il desiderio di condividere con gli amici le poche risposte ed i molti interrogativi, la speranza di conseguire relazioni più armoniose con gli altri e poi gli scrupoli morali accompagnati dalle inevitabili debolezze tutto concorre a rendere il protagonista credibile, piuttosto appaiono incredibili le varie ciniche mancanze di fede che contrassegnano la nostra esistenza quotidiana, i compromessi e l'inerzia cui siamo abituati.
La pittoresca vicenda del Marx redivivo non sembra tanto assurda, dunque, così come non stupisce che, alla fine, i momenti successivi alla propria morte vengano descritti letteralmente da Sargon stesso, la narrazione si fa intenzionale, utilizza l'effetto dello straniamento, il paradosso e l'iperbole.
Se il migliore avversario di Marx tra i partecipanti al Circolo è il commesso viaggiatore, allora è giusto sospettare che la filosofia non esaurisca ogni umana peregrinazione, ma chieda uno sforzo, una prassi diversa. La dialettica tra conflittualità e dialogo, azione o inerzia, vita e morte non chiede sintesi improbabili, ma scopre il suo oggetto assoluto.
In altre parole si concreta un atteggiamento tangibile, quello dell'ascolto e dell'accoglienza attiva del messaggio, sia quando umilmente, proviene da chi non è un addetto, come pure quando viene chiamato in causa un ordine più alto e divino.
Il materialismo dialettico non è tenuto a rispondere ai problemi sollevati, la questione è posta scorrettamente, infatti l'uomo oggettivo può essere forse tale solamente in senso ermeneutico, non certo in quanto titolare di rapporti socio-economici di produzione.
Maria Grazia Lenisa, «Vernice» Anno X, n° 29/30.

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