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Claudio Mantovani, 1706 Cantata per orchestra, soli e voce recitante, Cantata commemorativa per il Tricentenario dell’Assedio di Torino del 1706
Anonimo,Diario dell'assedio di Torino nell'anno 1706 Trascrizione a cura di Paolo Bevilacqua e Claudio Mantovani
ISBN-10: 88-88849-19-X ISBN-13: 978-88-88849-19-5 GZ54

Claudio Mantovani è nato a Torino nel 1954. Compositore versatile, ha scritto Dal re in giallo e Lux Aeterna per piccoli organici cameristici, A solo per pianoforte e Aria per chitarra, opere eseguite in Italia, New York, Edimburgo, Glasgow, Lisbona.
L’interesse per il teatro lo ha portato alla realizzazione di musiche di scena per gli allestimenti Mente locale, Madeleine Villot, Beach of dreams. Per conto del «Teatro dell’ Angolo» di Torino ha prodotto Robinson e Crusoe, Il sentiero, Americhe, Ristorante, Salvador, Diario Mediterraneo, Passaggi, Gli ultimi giganti, Le avventure del re Odisseo.
Per la Rai ha composto le musiche per i programmi Caporetto, Angeli al focolare, Dalla memoria quale futuro, e, per il Dipartimento Scuola Educazione, Un letterato nel mestiere di vivere: Cesare Pavese. Ha realizzato le colonne sonore per la collana di audiolibri dell’Editrice La Stampa: I dolori del giovane Werther e Le strade del gusto; sempre come compositore ha collobarato con la UTET per la produzione del supporto multimediale I fatti e i luoghi della storia. Dalla traduzione del Cantico dei Cantici di Guido Ceronetti ha liberamente tratto la suite Cantico, incisa su Cd dalla Phoenix. Ha curato la revisione del Concerto per violino e orchestra e del Concerto per fagotto e orchestra di G. B. Polledro, riproposti dall’orchestra del Conservatorio di Torino.
È docente di Armonia presso il Conservatorio «G. Verdi» di Torino.


1706 è una rievocazione musicale del clima e dei personaggi che caratterizzarono i memorabili mesi in cui Torino fu al centro del terribile assedio il cui esito avrebbe notevolmente influenzato il futuro dell’intera Europa, i suoi assetti geografici, politici e militari.
La scelta musicale per gli undici brani che compongono la Cantata è stata imperniata su di un linguaggio di sapore «settecentesco» e ricorrendo a frequenti citazioni simboliche, musicali e letterarie.


Nota sulla trascrizione
del Diario dell’assedio di Torino nell’anno 1706

Il manoscritto del Diario è una legatura di piccolo formato composta di 40 fogli redatti su recto e verso e numerati da 1 a 39 a partire dal 2° foglio. Il recto del 1° foglio reca il titolo «Diario dell’assedio di Torino nell’anno 1706». Nella legatura è inserito un foglio sciolto che riporta un breve conto delle armi, dei beni e dei militari catturati all’armata francese.
Conservato nell’Archivio di Stato di Torino è collocato in «Materie politiche per rapporto all’interno / Storia della Real Casa / Storie particolari, cat. III, mazzo n. 20».
Nella trascrizione del documento sono state rispettate le particolarità lessicali e ortografiche del manoscritto.
Paolo Bevilacqua, Claudio Mantovani


Dopo il centenario rimosso del 1806 (èra napoleonica), dopo quello nazional-istituzionale del 1906, in che segno sarà interpretato il terzo centenario dell’assedio e della battaglia di Torino del 1706? È ormai fredda la vecchia questione se si trattò di faccenda dinastica o già pre-risorgimentale, se fu, militarmente parlando, maggior gloria di Eugenio o di Vittorio Amedeo, o non piuttosto umile epopea di sudditi subalpini, di piccapietre, di minatori di Andorno.
Alcune cifre sono note, sia pure all’ingrosso: 112 i giorni d’assedio, 100.000 i soldati in campo, dietro una dozzina di bandiere, alcune migliaia gli ettari di campagna devastata, una ventina i chilometri di gallerie sotterranee a difesa delle mura di Torino, centinaia le tonnellate di polvere esplosiva, più di 150 i fornelli di contromina da far saltare sotto le suole degli assedianti. Sono numeri che danno la misura della carneficina, di un macello non raro in un’epoca di guerre e scannamenti, e tuttavia impressionante per il microcosmo piemontese e una città in fondo piccola com’era Torino. La ragioneria ducale farà il computo dei guasti, almeno di quelli materiali, stimati in quasi cento milioni di lire piemontesi, pari a un decennio di entrate dello Stato, senza contare due anni di carestia che seguirono. Più incerta la contabilità dei caduti: 20.000 solo nelle poche ore furibonde dell’ultima battaglia del 7 settembre, ma molte migliaia in più, dall’una e dall’altra parte, durante l’assedio, e poi le donne, i vecchi, i bambini, le vittime dei saccheggi e delle violenze, e gli animali, i muli, i cavalli, e poi i mutilati, gli storpi…
Fu rischio calcolato? La vittoria, fulgida, diede senso all’azzardo e una ragione all’ecatombe. Un Te Deum, allestito alla meglio nel pomeriggio del 7 settembre, diede voce al sollievo per il peggio scampato e, come d’uso, annesse ai vincitori la grazia divina, mentre ancora i cadaveri nei campi erano cibo dei corvi. Più tardi, una pietas frettolosa li calerà nelle cisterne e nelle fosse comuni.
A quella storia è mancata, né poteva esserci allora, la penna di uno Stendhal o di un Tolstoj a restituire all’umana, caotica insensatezza la metafisica geometria dell’evento militare. In tempi più remoti il cacciatore che uccideva una preda chiedeva venia agli spiriti della natura per l’ordine violato... Ci prova ora Claudio Mantovani, con gli strumenti di cui la musica dispone per raccontare le vicende e gli enigmi umani.
La musica è calcolo e ritmo e non può spingersi troppo avanti nella rappresentazione del disordine e dello scompiglio. Ma, arte del tempo, possiede mezzi infallibili per generare aspettative, accumulare tensioni, fermare o accelerare il pendolo degli avvenimenti, infine sciogliere l’attesa. E, arte polifonica, ha la possibilità di stratificare il tempo, sovrapporre eventi lontani fra loro, compenetrare reminiscenze. Di questi mezzi si serve la drammaturgia sonora della Cantata 1706 per restituire la vicenda eponima al suo carattere collettivo e allo spessore della memoria, insieme actus tragicus e narrazione epica. Nel ritmo spedito dell’elaborazione dei simboli musicali, delle batteries, delle sonneries militari, si affacciano e si dissolvono come in un’evocazione spiritica i protagonisti della Storia, ciascuno con i propri emblemi sonori, Vittorio Amedeo II, il frivolo La Feuillade, la fredda determinazione di Luigi XIV, il ministro Chamillart, il principe Eugenio, il beato Valfrè… E a tratti, musica nella musica, emergono frammenti che poterono realmente risonare all’orecchio degli assediati e degli assedianti, e che raccontano di meno cruenti conflitti e paragoni tra gusto francese e stile italiano, tra Lully e Corelli, tra dessus de viole e violino. Dietro le mura si leva il canto d’un Ave maris stella alla Vergine Consolata, mentre dagli spalti si propaga fra i fuochi dei bivacchi francesi il motivo della Follia nella doppia versione – quasi piccola apoteosi dei goûts réunis – di Normand «le Couperin» e di Corelli. Altrove risuona un air au luth alla Rameau, e più avanti si intrecciano il frammento di un mottetto di Stefano Fiorè e reminiscenze di sonate dei fratelli Somis. Per arrivare infine, con gesto lungamente indugiato, alla solenne catarsi del Te Deum.
Ma se la musica ha l’ultima parola, nel corso della cantata spesso si ritrae per dare spazio al tono prosaico e concreto della cronaca parlata dell’Assedio. E sullo sfondo la litania monotona e interminabile dei caduti senza volto… Estrema riparazione, ormai forse fuori tempo massimo, di un’armonia violata.
Andrea Lanza

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