Avvertenze
In questo testo gli argomenti trattati sono diversi e vi compaiono rimandi, citazioni, riferimenti che possono sovrapporsi e accavallarsi in quanto la materia di studio sarebbe infinita. Ogni capitolo riporta una canzone o, in alcuni casi, un gruppo di canzoni legate tra di loro da un’opera letteraria o poetica o da un autore. Le canzoni sono presentate in base all’anno di pubblicazione. Le parti in corsivo sono citazioni tratte dalle sue canzoni. Molte note, soprattutto quelle che danno informazioni di tipo letterario o storico, sono state aggiunte per offrire a ogni categoria di lettori i dati sufficienti per comprendere in pieno i temi in questione. I testi delle canzoni riportate per intero sono trascritti con la divisione in versi mentre quelli di cui è presente solamente una parte sono trascritti per esteso e in corsivo.
Una complicatissima semplicità
Francesco Guccini ha affermato che avrebbe desiderato intraprendere la carriera di insegnante (per i periodi estivi lo ha anche fatto presso il Dickinson College, collegio dell’Università della Pennsylvania.) e sarebbe stato un ottimo insegnante: colto burbero paziente affettivo. Ma negli anni Sessanta ha iniziato a mettere insieme parole scritte su tracce musicali e ne è nato un cantautore fenomenale. L’eredità che ci lascia è preziosissima: un patrimonio di canzoni che rimarranno nella storia della musica italiana e nella Storia del nostro Paese, decine di testi che parlano di noi e dell’Uomo, degli avvenimenti di tutto un secolo, di temi universali sempre attuali. Una poesia che nel corso di più generazioni, ha colmato le nostre solitudini, placato per un momento le nostre ansie e dato respiro ai nostri desideri.
Questo libro su Guccini, tuttavia, non vuole essere un testo agiografico, di sotterranea o palese deificazione di un «cantautore», ma una oggettiva e puntuale ricerca sulle fonti che hanno ispirato quei versi in cui facilmente si avverte una pulsione autobiografica. Quei versi che i «gucciniani» hanno nella testa da anni, che citano nei loro scritti, che hanno fatto propri utilizzandoli per sé. Anche se lo amiamo, è ovvio, non vogliamo mitizzarlo, né cercare tra le pieghe delle sue parole il suo vissuto più intimo. Il nostro intendimento è approfondire la comprensione dei suoi temi, entrare nel suo paesaggio letterario e farci partecipi delle sue emozioni, che sono anche le nostre. Quelle di un «montanaro», cresciuto con un’educazione da montanaro, unico onesto «cantautore» dopo l’aristocratico De Andrè, che ha saputo trarre dalle sue radici spericolatezza e saggezza, ribellione e pazienza, senso pratico e sogni.
Poeti ce ne sono, e ce ne sono stati tanti, pure cantanti, e scrittori, e letterati… ma che cos’è che rende «grande» e unico Guccini? Una complicatissima semplicità. Semplice e complesso a un tempo. Semplice inteso nel senso dell’assoluta purezza e ingenuità del suo sguardo sul mondo, sguardo che non finge, non distoglie, non elude ma punta dritto all’essenziale, a ciò che conta e che vale. Uno sguardo innocente come il suo eskimo con se stesso al centro, partendo da una attenzione autobiografica: se stesso in rapporto al prossimo e alla sua terra, se stesso e le compagne di vita, se stesso e le grandi domande senza risposta. Complesso in quanto i temi affrontati sono i temi universali, le eterne questioni esistenziali che nei secoli gli umanisti si sono posti: lirismo e suggestioni quotidiane che si intrecciano ai quesiti filosofici, il tutto trattato attraverso fecondi echi letterari e poetici che denotano una spiccatissima sensibilità.
Francesco Guccini ci ha cantato il suo mondo attraverso il sottile piacere della parola e del riferimento letterario. A noi è dato il diletto di ascoltarlo, di comprenderlo e di svelare l’arcano che si cela nei suoi versi.
Recensioni
L’autrice possiede le tre credenziali necessarie per scrivere questo libro. E’ una filologa, sa quindi ricercare, ricondurre al contesto e all’origine la “parola” usata. Insegna da anni lettere nelle scuole superiori, sa quindi ridurre efficacemente a spiegazione e comunicazione ciò che ha appreso e vuole trasmettere. E’ infine, cosa decisiva, una fan attenta e scrupolosa di Francesco Guccini.
L’intero libro è costruito sull’intreccio di queste tre credenziali e vuole evidenziare come il cantautore sia stato capace di restituire in forma cantata la cultura umanistica e la grande storia del Novecento. I riferimenti “colti” nelle sue canzoni sono ovunque, un rimando continuo tra citazioni, parafrasi, richiami di personaggi, un inesauribile gioco di specchi tra testi letterari, realtà storica, vita quotidiana a rappresentazione della propria autobiografia. D’altronde non poteva essere diversamente data la famelica capacità e gioia di lettura che il “nostro” mette in campo fin da bambino. Un lettore onnivoro capace però di assimilare e rendere creativo e produttivo lì apprendimento. Non erudizione fine a se stessa quindi, ma capacità di “fare” qualcosa di nuovo dopo essersi lasciato contaminare e compenetrare delle suggestioni letterarie.
Un processo di costruzione e di produzione, quelli di Guccini, che l’autrice definisce semplice e complicato. Semplice per la sincera e disincanta purezza e ingenuità con la quale guarda il mondo. Complesso in quanto i temi affrontati non sono cosucce da poco, ma quelli universali, le eterne questioni esistenziali che umanisti e filosofi si sono sempre posti.
I vari capitolo che compongono il testo si riferiscono a una o più canzoni specifiche lette e analizzate collegandole agli influssi ricavati da opere letterarie, poetiche o da autori. Il risultato a cui ci conduce l’autrice è sorprendente, avvincente e interessante. Si va dall’influenza dei Crepuscolari, ai giullari medievali, alla Canzone del bambino nel vento (Auschwitz), scritta nel 1964 su suggestione del “verbo dilaniano”, come egli stesso dice, a seguito della lettura del libro di Vincenzo Pappalettera Tu passerai per il camino. Vita e morte a Mauthausen. Poi è la volta di Dio è morto, che fa il verso a Nietzche e del suo Così parlò Zarathustra, ma soprattutto e anche della lettura della famosa poesia di Allen Ginsberg, Urlo, pubblicata nel 1965. Non poteva mancare nella produzione degli anni sessanta l’influenza di Keruak, della beat generation, del movimento hippy e dei freak.
Seguono nell’ordine dei capitoli analisi dell’influenza esercitata e riscontrabile nei testi, sempre ben documenta con scrupolo dall’autrice, di Shakespeare, Edgard Lee Masters, Guido Gozzano, Ernest Hemingway, di conoscenze anarchiche (come nel caso de La locomotiva), Eliot, Baudelaire, Umberto Eco, Alessandro Manzoni, Giacomo Leopardi, Procopio di Cesarea per la canzone Bisanzio, il Profeta Isaia, Jonathan Swift, Flaubert, Eugenio Montale, una delle figure letterarie a cui con più insistenza si è accostato, Miguel de Cervantes e poi ancora Omero, Dante, Foscolo… Un percorso lungo, ricco di suggestioni, di interpretazioni, di speranze cantate e di delusioni intimistiche esistenziali cocenti che sfocia in seguito in un’energia ironica e pungente, nel gusto di colpire a fondo gli avversari, che siano i colleghi cantautori, elette schiere, i falsi intellettuali i giornalisti ignoranti, politici rampanti, portaborse, feroci conduttori di trasmissioni false, nani, ballerine e canzoni. Da questa indignazione nascono canzoni come L’avvelenata, Libera non domine, Cirano, Don Chisciotte e Addio. (Diego Giachetti, 5 agosto 2009, www.kathodik.it), http://www.kathodik.it/modules.php?name=News&file=article&sid=3632
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